Probabilmente qualche lettore si sarà accorto del mio periodo di inattività che si protrae da novembre 2012. Mi piacerebbe condividere con voi la causa dell'assenza. Purtroppo o per fortuna farcirò la storia con una premessa tranquillamente saltabile.
Oramai è quasi tre anni che sono immerso nel mondo dei libri. Ho notato che in tutto questo tempo ho mantenuto più o meno le stesse tematiche: saggi, saggi e ancora saggi. Gli argomenti di questi passano dall'astrofisica alle nanotecnologie. Fra quelli meno presenti c'è la fantascienza.
A partire dall'agosto del 2012 ho iniziato ad effettuare una leggera virata, avvicinandomi sempre più ai saggi-manuali. Verso la metà di novembre mi sono imbattuto, per caso, in un libro sulla Comunicazione Nonviolenta di Marshall B.Rosenberg. E da qui è iniziato un nuovo capitolo della mia vita.
E' da circa due mesi che mi sto occupando di un progetto che considero molto ambizioso: la creazione di un piano a lungo termine. Questo "Masterplan" (l'ho nominato così) è un tentativo per racchiudere il minor numero di testi in grado di cambiare profondamente la vita di una persona.
Potete trovarlo qui.
venerdì 10 maggio 2013
domenica 3 marzo 2013
La comunicazione del Futuro?
Quando penso all'epoca in cui viviamo mi sento particolarmente estasiato perché il mio bisogno di comunicare e di contatto sono pienamente soddisfatti. Non si é mai avuto a che fare con una via di comunicazione così veloce come Internet. Mi sento onorato di essere capitato in un secolo dove sono state virtualmente abbattute le distanze fra le persone.
L'era digitale ha velocizzato qualsiasi tipo di contatto. Comunichiamo sempre più velocemente. Temo che nel fare questo si perdano alcuni elementi essenziali del dialogo. Sono convinto del fatto che oggi parliamo sempre più spesso ALLE persone piuttosto che CON le persone. Cercherò di fare più chiarezza: vi chiedo solo di ripensare a quante volte al giorno date empatia alla persona con cui state parlando. Quante volte riusciamo a vedere i sentimenti e i bisogni che stanno alla base di quello che l'altro dice? Pensiamo di essere in grado di cogliere il punto di vista dell'altro senza giudicarlo ed etichettarlo?
Se vi sentite disorientati nel darvi delle risposte, non c'é nulla da temere. Se necessitate una risposta, vi invito a proseguire. Premetto che quello che scriverò nelle prossime righe fa parte di un argomento che mi ha semplicemente fatto rinascere interiormente. Da quello che ho capito, la Comunicazione Nonviolenta (CNV) é una consapevolezza totalmente nuova che permette di collegarci empaticamente con gli altri, é un linguaggio che arrichisce la vita.
Credo fermamente che nelle maggior parte dei casi, quando una persona esprime qualcosa sta comunicando un bisogno e un sentimento. Faccio un esempio. Una ragazza dice ad una sua amica: "Lo vedi Stefano?! Sta sempre con quella poco di buono!"
Da quello che conosco al momento, in CNV verrebbe espresso in questo modo:"Quando vedo Stefano con un'altra ragazza mi sento furibonda perché ho bisogno della sua compagnia."
Nel secondo caso é stato sottolineato che c'é un bisogno non soddisfatto che causa un sentimento. Nel primo caso, il ragazzo viene ritenuto responabile dei sentimenti della ragazza. Quando invece si riconosce il bisogno che sta alla base di quello che diciamo, solleviamo le persone da responbilità che le fanno sentire in colpa o aggredite.
Penso che nella maggior parte dei casi, l'amica risponderà con almeno una delle seguenti espressioni
In questi casi si sta parlando ALL'altro, non CON l'altro. La risposta che permetterebbe all'amica di collegarsi empaticamente alla ragazza potrebbe suonare così: "Ti senti furibonda perché hai bisogno della sua compagnia?"
Comunicare in modo nonviolento non significa evitare di dire parolacce o insultare l'altro, piuttosto, permettere di collegarci ai sentimenti ed ai bisogno dell'altro, permettendo una soluzione che soddisfi i bisogni di tutti. Se si vuole compromettere una conversazione, una risposta razionale ad un'affermazione emotiva é il miglior modo. Tutti ne usciranno insoddisfatti.
La CNV sarà quindi il modo in cui comunicheremo in futuro? Non penso, esistono già persone in tutti e cinque i continenti che utilizzano questa consapevolezza per mediare e risolvere numerose situazioni. Penso di essere ottimista sul fatto che fra vent'anni il tipo di comunicazione che ci sarà, integrerà la CNV. Al momento conosco solo il Progetto Venus (un progetto per un completo ridisegnamento della cultura) che si sta occupando del linguaggio del futuro. Ma questa é un'altra storia.
L'era digitale ha velocizzato qualsiasi tipo di contatto. Comunichiamo sempre più velocemente. Temo che nel fare questo si perdano alcuni elementi essenziali del dialogo. Sono convinto del fatto che oggi parliamo sempre più spesso ALLE persone piuttosto che CON le persone. Cercherò di fare più chiarezza: vi chiedo solo di ripensare a quante volte al giorno date empatia alla persona con cui state parlando. Quante volte riusciamo a vedere i sentimenti e i bisogni che stanno alla base di quello che l'altro dice? Pensiamo di essere in grado di cogliere il punto di vista dell'altro senza giudicarlo ed etichettarlo?
Se vi sentite disorientati nel darvi delle risposte, non c'é nulla da temere. Se necessitate una risposta, vi invito a proseguire. Premetto che quello che scriverò nelle prossime righe fa parte di un argomento che mi ha semplicemente fatto rinascere interiormente. Da quello che ho capito, la Comunicazione Nonviolenta (CNV) é una consapevolezza totalmente nuova che permette di collegarci empaticamente con gli altri, é un linguaggio che arrichisce la vita.
Credo fermamente che nelle maggior parte dei casi, quando una persona esprime qualcosa sta comunicando un bisogno e un sentimento. Faccio un esempio. Una ragazza dice ad una sua amica: "Lo vedi Stefano?! Sta sempre con quella poco di buono!"
Da quello che conosco al momento, in CNV verrebbe espresso in questo modo:"Quando vedo Stefano con un'altra ragazza mi sento furibonda perché ho bisogno della sua compagnia."
Nel secondo caso é stato sottolineato che c'é un bisogno non soddisfatto che causa un sentimento. Nel primo caso, il ragazzo viene ritenuto responabile dei sentimenti della ragazza. Quando invece si riconosce il bisogno che sta alla base di quello che diciamo, solleviamo le persone da responbilità che le fanno sentire in colpa o aggredite.
Penso che nella maggior parte dei casi, l'amica risponderà con almeno una delle seguenti espressioni
- Hai ragione, è proprio un poco di buono (Condividere)
- A me é successo lo stesso! Cinque mesi fa mi sentivo con... (Aneddoto)
- Perché non vai a parlarli? (Consiglio)
- Che t'importa, non é nemmeno carino. (Sdrammatizzazione)
In questi casi si sta parlando ALL'altro, non CON l'altro. La risposta che permetterebbe all'amica di collegarsi empaticamente alla ragazza potrebbe suonare così: "Ti senti furibonda perché hai bisogno della sua compagnia?"
Comunicare in modo nonviolento non significa evitare di dire parolacce o insultare l'altro, piuttosto, permettere di collegarci ai sentimenti ed ai bisogno dell'altro, permettendo una soluzione che soddisfi i bisogni di tutti. Se si vuole compromettere una conversazione, una risposta razionale ad un'affermazione emotiva é il miglior modo. Tutti ne usciranno insoddisfatti.
La CNV sarà quindi il modo in cui comunicheremo in futuro? Non penso, esistono già persone in tutti e cinque i continenti che utilizzano questa consapevolezza per mediare e risolvere numerose situazioni. Penso di essere ottimista sul fatto che fra vent'anni il tipo di comunicazione che ci sarà, integrerà la CNV. Al momento conosco solo il Progetto Venus (un progetto per un completo ridisegnamento della cultura) che si sta occupando del linguaggio del futuro. Ma questa é un'altra storia.
sabato 24 novembre 2012
Empatia ed Utopia
È possibile connettersi all’umanità di ogni persona?
Una questione fondamentale per una coscienza nonviolenta è la traduzione dei propri giudizi in sentimenti e bisogni. È impossibile apprezzare i bisogni degli altri e coltivare l’empatia se allo stesso tempo li stiamo giudicando. Liberarsi dai propri giudizi ci può apparire comunque un compito immenso. E così pareva a me all’inizio. La mia mente sembrava che emettesse un giudizio al secondo, mentre cercava di ordinare i dati in categorie di “buoni” e “cattivi”.
Pasquale Lepore, scrive questo
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| Sostenibilità e non violenza saranno alla base della civiltà umana futura |
Pasquale Lepore, scrive questo
Ecco come pensavo: Questo vestito è carino e quello lì è brutto, quella persona conduce bene e quella no, questo giardino è ben tenuto e quello non lo è, questa strada è in brutte condizioni, quel capo è cattivo – e così via. I più piccoli dettagli dovevano essere valutati e messi nella loro categoria.Il video di seguito spiegherà in modo chiaro alcune tematiche della Comunicazione Non Violenta
Finalmente ho voluto cambiare atteggiamento. Ho cominciato a tradurre i miei giudizi, riconoscendo il modo in cui una cosa mi poteva toccare. E così quando mi sorprendevo a pensare, “Che schifo di strada!” lo traducevo in “Questa strada è molto più accidentata di quanto siano quelle che io frequento abitualmente e mi preoccupo un po’ per le mie gomme.” Traducevo, “Quanto è brusca quella lì, col suo figlio!” in “Quando vedo questa donna parlare a suo figlio in quel modo, mi sento a disagio perché per me la pazienza è importante.” Qualche volte davo empatia alla mamma nella mia mente, “Scommetto che quella mamma si sente veramente sopraffatta e ha bisogno di staccare un po’.” Man mano che mi abituavo a fare così, i miei giudizi cominciarono a diminuire decisamente. Diventò più facile provare benevolenza per le persone e ascoltarli con empatia, anch’ io sentivo una libertà che non conoscevo prima. Un cambiamento simile necessita concentrazione ed impegno, ma i benefici sono tantissimi.
Quest'ultimo filmato mostra chi siamo e cosa possiamo creare. Non serve né quoziente intellettivo né quoziente innovativo, solo quoziente emotivo
sabato 17 novembre 2012
Uomo lupo: la credenza
La condizione dell’uomo è una condizione di guerra, scrisse il filosofo Thomas Hobbes nel 17esimo secolo.
Una rapida occhiata attraverso i libri di storia e i titoli delle notizie sui giornali odierni sembrano ovviamente sostenere la vecchia idea che gli umani sono per natura aggressivi, egoisti e antagonisti.
Questo punto di vista tuttavia non si adatta ai fatti scientifici, scrivono i ricercatori presenti nel nuovo libro “Origins of Altruism and Cooperation” (Springer, 20111), edito da Robert W., Sussman, PhD, e C. Robert Cloninger , MD.
Gli autori del libro argomentano che gli esseri umani sono naturalmente cooperativi, altruisti e sociali, ritornando alla violenza solo quando sono maltrattati, trascurati, o quando sono mentalmente malati.
Il libro, che è ora disponibile, presenta prove a sostegno di questa idea, prese da una serie di prospettive accademiche, tra cui antropologia, psichiatria, biologia, sociologia, religione, medicina e altri.
“La cooperazione non è solamente un sottoprodotto della concorrenza, o qualcosa che viene fatto solo perchè entrambe le parti ricevono qualche beneficio da questa partnership” dice Sussman, professore di antropologia fisica in Arts & Sciences. “Piuttosto, l’altruismo e la cooperazione sono inerenti nei primati, inclusi gli esseri umani.”
Per esempio, spiega Sussman, gli scimpanzè sono stati osservati ad adottare indipendentemente dei piccoli orfani, nonostante la notevole quantità di sforzo e il tempo necessario alla cure per i neonati.
Sussman e Cloninger scrivono nella prefazione del libro, che esamina le influenze alla base del comportamento umano, l’importanza fondamentale di capire perchè sorgono conflitti tra i popoli e le nazioni del mondo moderno, e trovare i modi migliori per promuovere la pace e una interazione produttiva tra gli esseri umani di tutto il mondo.
“Il comportamento pro-sociale è una componente essenziale della salute e della felicità degli esseri umani”, dice Cloninger, professore di psichiatria della Wallace Renard, presso la facoltà di Medicina. “Comportamenti egoisti e poco collaborativi, d’altra parte, sono segni di disfunzioni mentali perchè strettamente associati all’insoddisfazione della vita e cattiva salute”.*
*: Oltre ai capitoli co-scritti da Sussman e Cloninger, il libro include articoli di altri due membri della facoltà del WUSTL – Peter Benson, PhD, professore assistente di antropologia socioculturale, e Jane Philips-Conroy, PhD, professore di anatomia e neurobiologia e antropologia – e di altri esperti accademici provenienti da tutto il mondo.
Gli argomenti dei capitoli del libro – che spaziano dai rapporti tra le scimmie urlatrici alle influenze della cultura occidentale moderna sulla spiritualità umana – sono stati presi dalle discussioni e dalle presentazioni tenute nel corso di una conferenza alla WUSTL nel 2009 intitolata: “Man the Hunted: The Origin and Nature Human Sociality, Altruism and Well-Being.”
La conferenza, organizzata da Sussman e Cloninger, è stata la prima di questo genere a riunire studiosi internazionali in diverse discipline per esaminare l’evoluzione della cooperazione, dell’altruismo e della socialità nei primati e nell’uomo.
Questo punto di vista tuttavia non si adatta ai fatti scientifici, scrivono i ricercatori presenti nel nuovo libro “Origins of Altruism and Cooperation” (Springer, 20111), edito da Robert W., Sussman, PhD, e C. Robert Cloninger , MD.
Gli autori del libro argomentano che gli esseri umani sono naturalmente cooperativi, altruisti e sociali, ritornando alla violenza solo quando sono maltrattati, trascurati, o quando sono mentalmente malati.
Il libro, che è ora disponibile, presenta prove a sostegno di questa idea, prese da una serie di prospettive accademiche, tra cui antropologia, psichiatria, biologia, sociologia, religione, medicina e altri.
“La cooperazione non è solamente un sottoprodotto della concorrenza, o qualcosa che viene fatto solo perchè entrambe le parti ricevono qualche beneficio da questa partnership” dice Sussman, professore di antropologia fisica in Arts & Sciences. “Piuttosto, l’altruismo e la cooperazione sono inerenti nei primati, inclusi gli esseri umani.”
Per esempio, spiega Sussman, gli scimpanzè sono stati osservati ad adottare indipendentemente dei piccoli orfani, nonostante la notevole quantità di sforzo e il tempo necessario alla cure per i neonati.
Sussman e Cloninger scrivono nella prefazione del libro, che esamina le influenze alla base del comportamento umano, l’importanza fondamentale di capire perchè sorgono conflitti tra i popoli e le nazioni del mondo moderno, e trovare i modi migliori per promuovere la pace e una interazione produttiva tra gli esseri umani di tutto il mondo.
“Il comportamento pro-sociale è una componente essenziale della salute e della felicità degli esseri umani”, dice Cloninger, professore di psichiatria della Wallace Renard, presso la facoltà di Medicina. “Comportamenti egoisti e poco collaborativi, d’altra parte, sono segni di disfunzioni mentali perchè strettamente associati all’insoddisfazione della vita e cattiva salute”.*
Tuttavia, molte persone tutt'oggi affermano: l'uomo è egoista!Perchè?
Se avete una formazione scientifica o ingegneristica, probabilmente pensate che le vostre opinioni dovrebbero essere basate sui dati disponibili e che dovreste cambiare le vostre opinioni se sopraggiungessero dati migliori. Potreste pensare che questo è il modo più ovvio di comportarsi, ma pensateci bene. Molto verosimilmente siete parte di una minoranza, forse una piccola minoranza. In assoluto, la maggior parte della gente sembra agire su una serie di principi diversi. Si attaccherà alle proprie opinioni a prescindere da quanto dicono i dati. E se nuovi dati contraddicono un'opinione presa in precedenza, al diavolo i nuovi dati. E' qualcosa che possiamo chiamare “effetto Seekers”.
I Seekers erano una setta attiva negli anni 1950. Un compendio della loro storia lo ha raccontato Chris Money in un articolo dal titolo "La scienza del perché non crediamo nella scienza. In breve, i Seekers si erano raccolti intorno ad una signora di nome Dorothy Martin che dichiarava di ricevere messaggi telepatici dagli alieni. Le avevano detto che un grande cataclisma avrebbe avuto luogo in una data specifica: il 21 dicembre 1954. La maggior parte dell'umanità sarebbe stata distrutta, ma i Seekers sarebbero stati portati in salvo da una nave spaziale aliena che sarebbe atterrata quel giorno.
L'elemento speciale che fa dei Seekers un paradigma nel comportamento umano è che sono stati infiltrati da un gruppo di psicologi sociali , guidato da Leon Festinger, che li hanno seguiti fino alla data fatidica ed oltre quando, ovviamente, non è avvenuta nessuna catastrofe. Nel libro di Festinger del 1956 “Quando la profezia non si avvera”, possiamo leggere come i Seekers hanno reagito al non avverarsi della profezia della loro leader. La loro prima reazione, naturalmente è stata di sgomento. Ma non è durata a lungo. Dopo pochi giorni, I Seekers hanno serrato i ranghi e ricostituito il loro credo: la loro profetessa, la signora Martin non aveva affatto sbagliato; gli alieni avevano deciso di risparmiare l'umanità grazie alla fede dei Seekers! Il risvolto più interessante in questa storia è che non solo i Seekers non hanno accettato che le loro profezie fossero errate, ma hanno intensificato gli sforzi per reclutare nuovi adepti e per convincere tutti delle loro idee. Alla fine, sono stati ridicolizzati a tal punto che sono scomparsi, ma ci sono voluti alcuni anni.
La storia dei Seekers è uno dei migliori casi studiati di quello che viene chiamato “ragionamento motivato”, che è la tendenza di rigirare i fatti e la logica in modo da mantenere la propria amata visione del mondo. Money dice che:
Non siamo guidati solo dalle emozioni, naturalmente – ragioniamo anche, deliberatamente. Ma il ragionare arriva dopo, funziona più lentamente, e anche quando lo fa, non avviene in un vuoto emozionale. Piuttosto, il movimento delle nostre emozioni ci può portare ad un modo di pensare che è molto parziale, specialmente su argomenti a cui teniamo molto... abbiamo altri obiettivi importanti oltre all'accuratezza, compresa l'affermazione dell'identità e la protezione del senso di sé, e spesso questi ci rendono molto resistenti a cambiare le nostre credenze quando i fatti dicono che dovremmo.
Il ragionamento motivato è molto comune. Oggi non c'è necessità di infiltrarsi in una setta esoterica per vederlo al lavoro: possiamo vedere drammi simili a quello dei Seekers manifestarsi in siti di discussione o su Facebook. Un recente caso è quello del "E-Cat, il favoloso dispositivo nucleare che ci avrebbe portato prosperità eterna. Date un'occhiata a qualcuno dei siti dei “fedeli” e vedrete che, nonostante l'accumulo di prove che l'E-Cat non è altro che una teiera elettrica molto sopravvalutata, i fedeli sono inamovibili sulla loro posizione. Non solo questo, ma stanno anche raddoppiando i loro sforzi per convincere tutti che la loro teiera sia, veramente, un reattore nucleare.
La maggior parte delle discussioni che hanno luogo sul Web, diciamo, sul clima, l'energia, il picco del petrolio e così via, non sono basate sui dati o sulla logica. Avete mai visto qualcuno cambiare la propria opinione in una di queste discussioni? Forse succede, a volte, ma è quasi un evento miracoloso.
I Seekers erano una setta attiva negli anni 1950. Un compendio della loro storia lo ha raccontato Chris Money in un articolo dal titolo "La scienza del perché non crediamo nella scienza. In breve, i Seekers si erano raccolti intorno ad una signora di nome Dorothy Martin che dichiarava di ricevere messaggi telepatici dagli alieni. Le avevano detto che un grande cataclisma avrebbe avuto luogo in una data specifica: il 21 dicembre 1954. La maggior parte dell'umanità sarebbe stata distrutta, ma i Seekers sarebbero stati portati in salvo da una nave spaziale aliena che sarebbe atterrata quel giorno.
L'elemento speciale che fa dei Seekers un paradigma nel comportamento umano è che sono stati infiltrati da un gruppo di psicologi sociali , guidato da Leon Festinger, che li hanno seguiti fino alla data fatidica ed oltre quando, ovviamente, non è avvenuta nessuna catastrofe. Nel libro di Festinger del 1956 “Quando la profezia non si avvera”, possiamo leggere come i Seekers hanno reagito al non avverarsi della profezia della loro leader. La loro prima reazione, naturalmente è stata di sgomento. Ma non è durata a lungo. Dopo pochi giorni, I Seekers hanno serrato i ranghi e ricostituito il loro credo: la loro profetessa, la signora Martin non aveva affatto sbagliato; gli alieni avevano deciso di risparmiare l'umanità grazie alla fede dei Seekers! Il risvolto più interessante in questa storia è che non solo i Seekers non hanno accettato che le loro profezie fossero errate, ma hanno intensificato gli sforzi per reclutare nuovi adepti e per convincere tutti delle loro idee. Alla fine, sono stati ridicolizzati a tal punto che sono scomparsi, ma ci sono voluti alcuni anni.
La storia dei Seekers è uno dei migliori casi studiati di quello che viene chiamato “ragionamento motivato”, che è la tendenza di rigirare i fatti e la logica in modo da mantenere la propria amata visione del mondo. Money dice che:
Non siamo guidati solo dalle emozioni, naturalmente – ragioniamo anche, deliberatamente. Ma il ragionare arriva dopo, funziona più lentamente, e anche quando lo fa, non avviene in un vuoto emozionale. Piuttosto, il movimento delle nostre emozioni ci può portare ad un modo di pensare che è molto parziale, specialmente su argomenti a cui teniamo molto... abbiamo altri obiettivi importanti oltre all'accuratezza, compresa l'affermazione dell'identità e la protezione del senso di sé, e spesso questi ci rendono molto resistenti a cambiare le nostre credenze quando i fatti dicono che dovremmo.
Il ragionamento motivato è molto comune. Oggi non c'è necessità di infiltrarsi in una setta esoterica per vederlo al lavoro: possiamo vedere drammi simili a quello dei Seekers manifestarsi in siti di discussione o su Facebook. Un recente caso è quello del "E-Cat, il favoloso dispositivo nucleare che ci avrebbe portato prosperità eterna. Date un'occhiata a qualcuno dei siti dei “fedeli” e vedrete che, nonostante l'accumulo di prove che l'E-Cat non è altro che una teiera elettrica molto sopravvalutata, i fedeli sono inamovibili sulla loro posizione. Non solo questo, ma stanno anche raddoppiando i loro sforzi per convincere tutti che la loro teiera sia, veramente, un reattore nucleare.
La maggior parte delle discussioni che hanno luogo sul Web, diciamo, sul clima, l'energia, il picco del petrolio e così via, non sono basate sui dati o sulla logica. Avete mai visto qualcuno cambiare la propria opinione in una di queste discussioni? Forse succede, a volte, ma è quasi un evento miracoloso.
Fonti:
Gli argomenti dei capitoli del libro – che spaziano dai rapporti tra le scimmie urlatrici alle influenze della cultura occidentale moderna sulla spiritualità umana – sono stati presi dalle discussioni e dalle presentazioni tenute nel corso di una conferenza alla WUSTL nel 2009 intitolata: “Man the Hunted: The Origin and Nature Human Sociality, Altruism and Well-Being.”
La conferenza, organizzata da Sussman e Cloninger, è stata la prima di questo genere a riunire studiosi internazionali in diverse discipline per esaminare l’evoluzione della cooperazione, dell’altruismo e della socialità nei primati e nell’uomo.
sabato 10 novembre 2012
Più è proibito, più è piccante
La tendenza a desiderare quello che è stato proibito e quindi a considerarlo più pregiato non si limita ad essere una regola di Marketing. Anzi, il fenomeno non è per nulla circo-scritto a prodotti tangibili, ma vale anche per le informazioni.
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| Eros, Rosso |
In un’epoca come la nostra, dove la possibilità di acquisire, immagazzinare e gestire l’informazione diventa sempre più importante ai fini della ricchezza e del potere, è importante chiarire quali sono le nostre reazioni più tipiche ai tentativi di limitare in qualsiasi modo l’accessibilità delle informazioni. Esistono sì molti dati sulla reazione del pubblico a vari tipi di materiale potenzialmente soggetto a censure (dalla violenza in TV, alla pornografia, all’estremismo politico), ma è sorprendentemente poco studiata la reazione all’atto stesso di censurarli. Per fortuna, i risultati delle poche ricerche su questo tema sono molto uniformi: quasi invariabilmente, la risposta alla messa al bando di un qualunque tipo d’informazione è un più forte desiderio di potervi accedere e un atteggiamento verso i suoi contenuti più favorevole che prima del divieto.
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| Sguardo rosso |
La cosa interessante e curiosa negli effetti della censura non è che il pubblico desideri più di prima l’informazione negata. Questo sembra naturale. Il fatto è che crede di più a quell’informazione, anche se per l’appunto non la conosce affatto. Per esempio, studenti dell’Università della North Carolina, saputo che un discorso contrario all’introduzione di residenze per le studentesse all’interno del campus sarebbe stato vietato, immediatamente diventarono più contrari a questa proposta: in altre parole, senza nemmeno aver ascoltato il discorso, erano stati convinti della bontà delle sue argomentazioni. Un fenomeno del genere fa supporre che la strategia più efficace per acquistare consensi, da parte, mettiamo, di un gruppo politico marginale che sostiene posizioni fortemente eterodosse, non sia tanto render pubbliche le sue idee quanto farsele censurare e poi denunciare la censura che ha subito. Forse gli autori della Costituzione americana, quando nel primo emendamento hanno dettato norme così permissive verso la libertà di parola, oltre ai loro ideali seguivano anche una raffinata teoria psicologica, nella speranza di ridurre al minimo il rischio che nuove idee politiche potessero prendere piede attraverso il meccanismo della reattanza psicologica a divieti e censure.
Naturalmente le idee politiche non sono le sole soggette a censure. Tutto quanto ha a che vedere con la sessualità è spesso materia di limitazioni e divieti. A parte i casi più clamorosi come gli interventi della polizia in locali “per soli adulti”, c’è una continua pressione di genitori e gruppi di azione civica per epurare i programmi scolastici da qualunque accenno alla sessualità (dai corsi di educazione sessuale, ai testi di scienze, alle biblioteche scolastiche). È un tema delicato, che chiama in causa problemi di etica, libertà d’espressione, autonomia dell’insegnamento, autorità genitoriale, diritti costituzionali. Ma, da un punto di vista esclusivamente psicologico, chi propugna un rigido controllo censorio farebbe bene a esaminare da vicino i risultati di una ricerca come quella condotta alla Purdue University su un gruppo di studenti dei primi anni. A tutti è stata presentata la pubblicità di un nuovo romanzo, accompagnata in metà dei casi dall’avviso “solo per adulti, vietato ai minori di 21 anni”. Interrogati su quello che pensavano del libro, gli studenti hanno mostrato le solite reazioni che già conosciamo di fronte ad altri divieti: quelli che sapevano del limite d’età (1) desideravano più degli altri leggere il romanzo e (2) pensavano che gli sarebbe piaciuto di più.
L’obiezione che un risultato del genere non si possa estendere ai ragazzi delle scuole medie non tiene conto di due dati di fatto.
Primo, la psicologia evolutiva ci dice che, come atteggiamento generale, la tendenza a opporsi al controllo adulto comincia fino dai primi anni dell’adolescenza, cosa peraltro evidente anche all’osservazione quotidiana. Secondo, il modello di risposta mostrato dagli studenti della Purdue è tutt’altro che esclusivo, ma riguarda qualunque tipo di limitazione imposta dall’esterno: l’effetto del divieto di vendita del libro ai minorenni era esattamente lo stesso della messa al bando dei detersivi al fosfato.
Quando si parla di censura si pensa generalmente a divieti sulla diffusione di materiale a contenuto politico o sessuale, ma c’è anche un altro tipo di censura ufficiale che generalmente non consideriamo allo stesso modo, probabilmente perché interviene a posteriori. Succede spesso in tribunale che un elemento probatorio o una testimonianza venga presentata, per essere subito dichiarata inammissibile dal giudice, che quindi ammonisce la giuria a non tenerne conto. Da questo punto di vista, possiamo considerarla una censura, sia pure insolita nella forma: non è l’informazione ad esser messa al bando —ormai è troppo tardi — ma il suo uso nella formulazione dei giudizio. Che efficacia hanno questi inviti da parte del giudice? Non è possibile che, nei giurati convinti di avere il diritto di considerare tutti i dati disponibili, le dichiarazioni di inammissibilità producano di fatto una reazione contraria, inducendoli a tenerne tanto più conto nella sentenza?
Questi erano alcuni degli interrogativi sollevati in una ricerca su larga scala condotta all’Università di Chicago (facoltà di diritto). Una ragione per cui i risultati di questo lavoro sono istruttivi è che i soggetti che vi hanno partecipato, formando le “giurie sperimentali”, prestavano all’epoca servizio come giurati in processi reali. Alla giuria sperimentale si presentava la registrazione delle udienze di cause già discusse, su cui dovevano deliberare. Lo studio che ci interessa di più dal punto di vista dell’effetto-censura riguarda un caso di lesioni colpose, presentato a trenta diverse giurie, riguardante una donna investita da un automobilista imprudente.
Il primo risultato ottenuto non può sorprenderci (le compagnie d’assicurazione, per esempio, lo sospettavano da tempo): quando l’imputato dichiarava di essere assicurato per la responsabilità civile, i giurati assegnavano in media alla vittima un indennizzo superiore di 4.000 dollari (37.000 contro 33.000). Ma il dato più interessante è il secondo. Se il giudice dichiarava inammissibile questa affermazione (e ordinava alla giuria di non tenerne conto), si aveva un effetto-boomerang, con una valutazione media del danno di 46.000 dollari. Quindi, la notizia che l’automobilista era assicurato produceva un aumento di 4000 dollari nell’indennizzo, ma la stessa informazione, accompagnata dall’ingiunzione a non tenerne conto in quanto inammissibile in dibattimento, aveva come risultato un aumento più che triplo nella valutazione del danno. A quanto pare la censura, anche quando correttamente applicata in sede giudiziaria, crea dei problemi per chi la applica: come sempre, la reazione più comune è di dare maggior peso all’informazione messa al bando.
Sapendo tutto questo, possiamo applicare il principio di scarsità ad altri campi, al di là dei beni materiali: il principio vale anche per i messaggi, le comunicazioni, la conoscenza. Se ci poniamo in questa prospettiva, vediamo che non è indispensabile una censura perché l’informazione acquisti maggior valore ai nostri occhi: basta che sia di per sé limitata. Sulla base del principio di scarsità, una qualunque informazione ci sembrerà più convincente se pensiamo che non sia a disposizione di tutti. L’idea che le informazioni esclusive siano anche più persuasive ha una parte centrale nel ragionamento di Timothy Brock e Howard Fromkin, due psicologi che hanno elaborato un’analisi del processo di persuasione basata sulle leggi di mercato.
La conferma più decisiva della teoria di Brock e Fromkin l’ho trovata in un piccolo esperimento eseguito da un mio studente, che aveva ripreso gli studi per aggiornarsi sulle tecniche di mercato, mentre continuava a gestire la sua azienda, una ditta importatrice di carne. Dopo una discussione con me sul principio di scarsità e le informazioni esclusive, decise di condurre una ricerca usando la sua organizzazione di vendita.
I clienti — responsabili degli acquisti di supermercati e altri negozi di alimentari — ricevevano come al solito la telefonata di un venditore della sua ditta, che li invitava a fare l’ordinazione in uno di questi tre modi: a un primo gruppo fu indirizzata la consueta presentazione di assortimento e prezzi; a un secondo gruppo fu presentato lo stesso messaggio, ma con l’aggiunta che nei prossimi mesi l’approvvigionamento sarebbe stato scarso; a un terzo gruppo fu precisato infine che questa notizia non era di pubblico dominio, ma proveniva da certe fonti riservate della ditta. Quindi, con i clienti del terzo gruppo il principio di scarsità era raddoppiato: non solo i rifornimenti erano limitati, ma anche l’accessibilità dell’informazione.
I risultati dell’esperimento furono chiari non appena gli addetti alle vendite cominciarono a premere sulla direzione perché la merce in magazzino non bastava a soddisfare le ordinazioni in arrivo. I clienti informati della prevista scarsità del prodotto ordinavano più del doppio, ma la vera esplosione delle vendite era avvenuta fra quelli che avevano avuto la notizia attraverso informazioni “esclusive”: in questo caso le ordinazioni erano sei volte superiori al normale. Evidentemente, il fatto che la notizia che informava sulla scarsità degli approvvigionamenti fosse a sua volta scarsa la rendeva particolarmente convincente.
Fonte
Naturalmente le idee politiche non sono le sole soggette a censure. Tutto quanto ha a che vedere con la sessualità è spesso materia di limitazioni e divieti. A parte i casi più clamorosi come gli interventi della polizia in locali “per soli adulti”, c’è una continua pressione di genitori e gruppi di azione civica per epurare i programmi scolastici da qualunque accenno alla sessualità (dai corsi di educazione sessuale, ai testi di scienze, alle biblioteche scolastiche). È un tema delicato, che chiama in causa problemi di etica, libertà d’espressione, autonomia dell’insegnamento, autorità genitoriale, diritti costituzionali. Ma, da un punto di vista esclusivamente psicologico, chi propugna un rigido controllo censorio farebbe bene a esaminare da vicino i risultati di una ricerca come quella condotta alla Purdue University su un gruppo di studenti dei primi anni. A tutti è stata presentata la pubblicità di un nuovo romanzo, accompagnata in metà dei casi dall’avviso “solo per adulti, vietato ai minori di 21 anni”. Interrogati su quello che pensavano del libro, gli studenti hanno mostrato le solite reazioni che già conosciamo di fronte ad altri divieti: quelli che sapevano del limite d’età (1) desideravano più degli altri leggere il romanzo e (2) pensavano che gli sarebbe piaciuto di più.
L’obiezione che un risultato del genere non si possa estendere ai ragazzi delle scuole medie non tiene conto di due dati di fatto.
Primo, la psicologia evolutiva ci dice che, come atteggiamento generale, la tendenza a opporsi al controllo adulto comincia fino dai primi anni dell’adolescenza, cosa peraltro evidente anche all’osservazione quotidiana. Secondo, il modello di risposta mostrato dagli studenti della Purdue è tutt’altro che esclusivo, ma riguarda qualunque tipo di limitazione imposta dall’esterno: l’effetto del divieto di vendita del libro ai minorenni era esattamente lo stesso della messa al bando dei detersivi al fosfato.
Quando si parla di censura si pensa generalmente a divieti sulla diffusione di materiale a contenuto politico o sessuale, ma c’è anche un altro tipo di censura ufficiale che generalmente non consideriamo allo stesso modo, probabilmente perché interviene a posteriori. Succede spesso in tribunale che un elemento probatorio o una testimonianza venga presentata, per essere subito dichiarata inammissibile dal giudice, che quindi ammonisce la giuria a non tenerne conto. Da questo punto di vista, possiamo considerarla una censura, sia pure insolita nella forma: non è l’informazione ad esser messa al bando —ormai è troppo tardi — ma il suo uso nella formulazione dei giudizio. Che efficacia hanno questi inviti da parte del giudice? Non è possibile che, nei giurati convinti di avere il diritto di considerare tutti i dati disponibili, le dichiarazioni di inammissibilità producano di fatto una reazione contraria, inducendoli a tenerne tanto più conto nella sentenza?
Questi erano alcuni degli interrogativi sollevati in una ricerca su larga scala condotta all’Università di Chicago (facoltà di diritto). Una ragione per cui i risultati di questo lavoro sono istruttivi è che i soggetti che vi hanno partecipato, formando le “giurie sperimentali”, prestavano all’epoca servizio come giurati in processi reali. Alla giuria sperimentale si presentava la registrazione delle udienze di cause già discusse, su cui dovevano deliberare. Lo studio che ci interessa di più dal punto di vista dell’effetto-censura riguarda un caso di lesioni colpose, presentato a trenta diverse giurie, riguardante una donna investita da un automobilista imprudente.
Il primo risultato ottenuto non può sorprenderci (le compagnie d’assicurazione, per esempio, lo sospettavano da tempo): quando l’imputato dichiarava di essere assicurato per la responsabilità civile, i giurati assegnavano in media alla vittima un indennizzo superiore di 4.000 dollari (37.000 contro 33.000). Ma il dato più interessante è il secondo. Se il giudice dichiarava inammissibile questa affermazione (e ordinava alla giuria di non tenerne conto), si aveva un effetto-boomerang, con una valutazione media del danno di 46.000 dollari. Quindi, la notizia che l’automobilista era assicurato produceva un aumento di 4000 dollari nell’indennizzo, ma la stessa informazione, accompagnata dall’ingiunzione a non tenerne conto in quanto inammissibile in dibattimento, aveva come risultato un aumento più che triplo nella valutazione del danno. A quanto pare la censura, anche quando correttamente applicata in sede giudiziaria, crea dei problemi per chi la applica: come sempre, la reazione più comune è di dare maggior peso all’informazione messa al bando.
Sapendo tutto questo, possiamo applicare il principio di scarsità ad altri campi, al di là dei beni materiali: il principio vale anche per i messaggi, le comunicazioni, la conoscenza. Se ci poniamo in questa prospettiva, vediamo che non è indispensabile una censura perché l’informazione acquisti maggior valore ai nostri occhi: basta che sia di per sé limitata. Sulla base del principio di scarsità, una qualunque informazione ci sembrerà più convincente se pensiamo che non sia a disposizione di tutti. L’idea che le informazioni esclusive siano anche più persuasive ha una parte centrale nel ragionamento di Timothy Brock e Howard Fromkin, due psicologi che hanno elaborato un’analisi del processo di persuasione basata sulle leggi di mercato.
La conferma più decisiva della teoria di Brock e Fromkin l’ho trovata in un piccolo esperimento eseguito da un mio studente, che aveva ripreso gli studi per aggiornarsi sulle tecniche di mercato, mentre continuava a gestire la sua azienda, una ditta importatrice di carne. Dopo una discussione con me sul principio di scarsità e le informazioni esclusive, decise di condurre una ricerca usando la sua organizzazione di vendita.
I clienti — responsabili degli acquisti di supermercati e altri negozi di alimentari — ricevevano come al solito la telefonata di un venditore della sua ditta, che li invitava a fare l’ordinazione in uno di questi tre modi: a un primo gruppo fu indirizzata la consueta presentazione di assortimento e prezzi; a un secondo gruppo fu presentato lo stesso messaggio, ma con l’aggiunta che nei prossimi mesi l’approvvigionamento sarebbe stato scarso; a un terzo gruppo fu precisato infine che questa notizia non era di pubblico dominio, ma proveniva da certe fonti riservate della ditta. Quindi, con i clienti del terzo gruppo il principio di scarsità era raddoppiato: non solo i rifornimenti erano limitati, ma anche l’accessibilità dell’informazione.
I risultati dell’esperimento furono chiari non appena gli addetti alle vendite cominciarono a premere sulla direzione perché la merce in magazzino non bastava a soddisfare le ordinazioni in arrivo. I clienti informati della prevista scarsità del prodotto ordinavano più del doppio, ma la vera esplosione delle vendite era avvenuta fra quelli che avevano avuto la notizia attraverso informazioni “esclusive”: in questo caso le ordinazioni erano sei volte superiori al normale. Evidentemente, il fatto che la notizia che informava sulla scarsità degli approvvigionamenti fosse a sua volta scarsa la rendeva particolarmente convincente.
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lunedì 5 novembre 2012
Progresso sociale: condizioni ottimali
Secondo gli studiosi di scienze sociali la scarsità dopo l’abbondanza è una causa primaria di agitazioni e violenze.
Il più in vista fra i sostenitori di questa idea è forse James Davies, che scrive che le rivoluzioni avvengono con la massima frequenza quando un periodo di progressi economici e sociali è seguito da un brusco rovescio. A ribellarsi generalmente non sono quindi le persone oppresse da sempre, che finiscono per considerare la loro indigenza quasi parte dell’ordine naturale delle cose, ma invece quelli che hanno potuto almeno assaggiare una vita meno dura: quando i miglioramenti sociali ed economici che hanno provato e che hanno cominciato ad aspettarsi diventano improvvisamente irraggiungibili, ecco che li desiderano più che mai e spesso si ribellano nel tentativo di ottenerli di nuovo.
Davies cita a conferma della sua tesi un’abbondante documentazione storica: dalla Rivoluzione Francese alla Rivoluzione d’Ottobre, fino a tutta una serie di insurrezioni che segnano la storia americana, dalla guerra di secessione alle rivolte dei ghetti negli anni ‘60. In tutti questi casi, a un periodo di crescente benessere è seguito un brusco rovesciamento di tendenza, che è sfociato nella rivolta.
I disordini razziali nelle città americane a metà degli anni ‘60 sono particolarmente istruttivi, anche perché più vicini nel tempo. Non era raro in quel periodo che si ponesse la domanda: «Perché proprio ora?». Pareva assurdo che nei loro tre secoli di storia, trascorsi in gran parte nella schiavitù e il resto in condizioni di vita miserevoli, i neri d’America scegliessero proprio una fase storica di apertura progressista per ribellarsi. In effetti, come sottolinea Davies, i venti anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale avevano portato enormi miglioramenti economici e politici alla popolazione di colore. Nel 1940 i neri erano sottoposti a rigide discriminazioni nei campi più diversi, dall’abitazione ai trasporti alla scuola, e a parità d’istruzione una famiglia di colore guadagnava in media poco più della metà di una bianca. Quindici anni dopo molte cose erano cambiate: le leggi federali avevano rotto la segregazione e c’erano stati grossi progressi economici (il reddito familiare medio dei neri era salito dal 56% all’80% rispetto a una famiglia bianca con lo stesso livello d’istruzione).
Ma poi, secondo l’analisi di Davies, questo rapido progresso è stato bloccato da una serie di eventi che hanno guastato l’ottimismo impetuoso degli anni precedenti. Primo, il cambiamento politico e legale si dimostrava più facile da realizzare del cambiamento sociale. Malgrado tutte le leggi progressiste degli anni ‘40 e ‘50, i neri vedevano che la segregazione nei fatti continuava, a scuola come sul lavoro o nei luoghi di residenza. Così le vittorie ottenute a Washington si traducevano in sconfitte alla periferia. Per esempio, nei quattro anni successivi alla decisione della Corte Suprema che, nel 1954, imponeva l’integrazione in tutte le scuole pubbliche, i neri sono stati vittime di 530 atti di violenza (intimidazioni, attentati con esplosivi, incendi dolosi) miranti a impedire l’applicazione della legge. Era la prima volta dagli anni ‘30, quando i linciaggi erano all’ordine del giorno (78 casi l’anno), che i neri dovevano temere per la propria incolumità fisica. La nuova ondata di violenza razziale non si limitava al problema dell’integrazione scolastica: le pacifiche marce per i diritti civili erano spesso aggredite da folle ostili (per non parlare dell’intervento della polizia).
Ci fu poi anche un’altra caduta, quella dei miglioramenti economici: nel 1962, il reddito medio di una famiglia nera era retrocesso al 74% del corrispettivo bianco. Ora, l’aspetto che conta in questa cifra non è l’aumento a lunga scadenza rispetto ai livelli degli anni ‘30, ma il declino a breve termine dal livello di benessere degli anni ‘50. L’anno dopo sarebbero venuti i disordini di Birmingham e poi, in rapida successione, tutta una serie di dimostrazioni violente, sfocianti nelle rivolte di Watts, Newark e Detroit.
In armonia con l’andamento storico delle rivoluzioni, anche fra i neri americani la ribellione era quindi più forte quando un lungo progresso segnava una battuta d’arresto che non prima che quel progresso cominciasse. È un fenomeno da cui può ricavare una lezione preziosa chi abbia ambizioni di governo: quando si tratta di libertà, la cosa più pericolosa è negarle dopo averle fatte intravedere o sperimentare per qualche tempo. Per un governo che voglia migliorare le condizioni di un gruppo storicamente oppresso o emarginato, il problema è che così facendo istituisce delle nuove libertà: dovessero malauguratamente venire a cadere o essere in qualche misura erose e circoscritte, le reazioni potrebbero essere incontrollabili.
Un’altra conferma della regola ci è data dagli avvenimenti che hanno determinato il crollo dell’Unione Sovietica. Dopo decenni di repressione, Michail Gorbaciov aveva concesso alla popolazione sovietica nuove libertà, privilegi democratici ed alternative, instaurando le politiche della glasnost e della perestrojka. Il 19 agosto 1991 un ristretto gruppo di alte autorità militari, politiche e dei servizi di sicurezza, in allarme per le novità insite nella linea politica del governo, tentò un colpo di mano militare: mise Gorbaciov agli arresti domiciliari e dichiarò di aver preso il potere, lasciando altresì esplicitamente trapelare l’intenzione di restaurare il vecchio ordine. Nel resto del mondo, i più si immaginarono che la popolazione sovietica, nota per la sua peculiare acquiescenza al soggiogamento, si sarebbe passivamente piegata come aveva sempre fatto. Anche il direttore del «Time» Lance Morrow ebbe questa impressione: «All’inizio, gli eventi successivi al colpo di stato sembravano confermare la norma: uno choc seguito immediatamente da un depresso senso di rassegnazione. Tutto chiaro: i russi stavano tornando alla loro identità più profonda, alla loro storia, come se all’aberrazione di Gorbaciov e della sua glasnost dovesse fatalmente seguire un ritorno alla normalità».
Ma non era così. Gorbaciov non aveva seguito la stessa linea degli zar o di Stalin o degli altri oppressivi presidenti postbellici, che avevano negato alle masse perfino le libertà più basilari; egli aveva invece concesso loro alcuni diritti e qualche possibilità di scelta democratica. Quando queste conquiste recentemente acquisite furono poste in serio pericolo, la popolazione si scatenò come un cane a cui avessero strappato un osso dalla bocca. Non erano trascorse che poche ore dal proclama della giunta quando migliaia di persone affluirono nelle strade, innalzando barricate, affrontando a viso aperto i soldati ed i loro carri armati e sfidando il coprifuoco. La sollevazione contro la minaccia alle conquiste della glasnost fu così immediata, così imponente, così compatta che dopo tre soli giorni di tumulti gli sbalorditi golpisti vennero a più miti consigli e si arresero, chiedendo la grazia al presidente Gorbaciov. Se fossero stati studenti di storia — o di psicologia — l’onda montante della resistenza popolare non li avrebbe sorpresi più di tanto. Entrambe le discipline avrebbero loro impartito, infatti, la stessa lezione: alla libertà, una volta che sia stata concessa, non si rinuncia senza lottare.
L’insegnamento vale non solo su scala nazionale o internazionale, ma anche nella politica domestica del governo di una famiglia. Il genitore che concede privilegi o impone regole in maniera incoerente non fa che invitare alla ribellione, istituendo involontariamente margini di libertà non voluti, che prima o poi cercherà di negare: a quel punto il figlio non si troverà semplicemente privo di un diritto che non ha mai avuto, ma si vedrà negare una sorta di diritto acquisito e la reazione sarà di gran lunga più aspra, forse incontrollabile. Alla luce di quanto sappiamo dalla storia delle rivoluzioni, non possiamo meravigliarci se gli studi sull’argomento dimostrano che un atteggiamento incoerente dei genitori in questioni di regole e disciplina produce figli ribelli.
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Il più in vista fra i sostenitori di questa idea è forse James Davies, che scrive che le rivoluzioni avvengono con la massima frequenza quando un periodo di progressi economici e sociali è seguito da un brusco rovescio. A ribellarsi generalmente non sono quindi le persone oppresse da sempre, che finiscono per considerare la loro indigenza quasi parte dell’ordine naturale delle cose, ma invece quelli che hanno potuto almeno assaggiare una vita meno dura: quando i miglioramenti sociali ed economici che hanno provato e che hanno cominciato ad aspettarsi diventano improvvisamente irraggiungibili, ecco che li desiderano più che mai e spesso si ribellano nel tentativo di ottenerli di nuovo.
Davies cita a conferma della sua tesi un’abbondante documentazione storica: dalla Rivoluzione Francese alla Rivoluzione d’Ottobre, fino a tutta una serie di insurrezioni che segnano la storia americana, dalla guerra di secessione alle rivolte dei ghetti negli anni ‘60. In tutti questi casi, a un periodo di crescente benessere è seguito un brusco rovesciamento di tendenza, che è sfociato nella rivolta.
I disordini razziali nelle città americane a metà degli anni ‘60 sono particolarmente istruttivi, anche perché più vicini nel tempo. Non era raro in quel periodo che si ponesse la domanda: «Perché proprio ora?». Pareva assurdo che nei loro tre secoli di storia, trascorsi in gran parte nella schiavitù e il resto in condizioni di vita miserevoli, i neri d’America scegliessero proprio una fase storica di apertura progressista per ribellarsi. In effetti, come sottolinea Davies, i venti anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale avevano portato enormi miglioramenti economici e politici alla popolazione di colore. Nel 1940 i neri erano sottoposti a rigide discriminazioni nei campi più diversi, dall’abitazione ai trasporti alla scuola, e a parità d’istruzione una famiglia di colore guadagnava in media poco più della metà di una bianca. Quindici anni dopo molte cose erano cambiate: le leggi federali avevano rotto la segregazione e c’erano stati grossi progressi economici (il reddito familiare medio dei neri era salito dal 56% all’80% rispetto a una famiglia bianca con lo stesso livello d’istruzione).
Ma poi, secondo l’analisi di Davies, questo rapido progresso è stato bloccato da una serie di eventi che hanno guastato l’ottimismo impetuoso degli anni precedenti. Primo, il cambiamento politico e legale si dimostrava più facile da realizzare del cambiamento sociale. Malgrado tutte le leggi progressiste degli anni ‘40 e ‘50, i neri vedevano che la segregazione nei fatti continuava, a scuola come sul lavoro o nei luoghi di residenza. Così le vittorie ottenute a Washington si traducevano in sconfitte alla periferia. Per esempio, nei quattro anni successivi alla decisione della Corte Suprema che, nel 1954, imponeva l’integrazione in tutte le scuole pubbliche, i neri sono stati vittime di 530 atti di violenza (intimidazioni, attentati con esplosivi, incendi dolosi) miranti a impedire l’applicazione della legge. Era la prima volta dagli anni ‘30, quando i linciaggi erano all’ordine del giorno (78 casi l’anno), che i neri dovevano temere per la propria incolumità fisica. La nuova ondata di violenza razziale non si limitava al problema dell’integrazione scolastica: le pacifiche marce per i diritti civili erano spesso aggredite da folle ostili (per non parlare dell’intervento della polizia).
Ci fu poi anche un’altra caduta, quella dei miglioramenti economici: nel 1962, il reddito medio di una famiglia nera era retrocesso al 74% del corrispettivo bianco. Ora, l’aspetto che conta in questa cifra non è l’aumento a lunga scadenza rispetto ai livelli degli anni ‘30, ma il declino a breve termine dal livello di benessere degli anni ‘50. L’anno dopo sarebbero venuti i disordini di Birmingham e poi, in rapida successione, tutta una serie di dimostrazioni violente, sfocianti nelle rivolte di Watts, Newark e Detroit.
In armonia con l’andamento storico delle rivoluzioni, anche fra i neri americani la ribellione era quindi più forte quando un lungo progresso segnava una battuta d’arresto che non prima che quel progresso cominciasse. È un fenomeno da cui può ricavare una lezione preziosa chi abbia ambizioni di governo: quando si tratta di libertà, la cosa più pericolosa è negarle dopo averle fatte intravedere o sperimentare per qualche tempo. Per un governo che voglia migliorare le condizioni di un gruppo storicamente oppresso o emarginato, il problema è che così facendo istituisce delle nuove libertà: dovessero malauguratamente venire a cadere o essere in qualche misura erose e circoscritte, le reazioni potrebbero essere incontrollabili.
Un’altra conferma della regola ci è data dagli avvenimenti che hanno determinato il crollo dell’Unione Sovietica. Dopo decenni di repressione, Michail Gorbaciov aveva concesso alla popolazione sovietica nuove libertà, privilegi democratici ed alternative, instaurando le politiche della glasnost e della perestrojka. Il 19 agosto 1991 un ristretto gruppo di alte autorità militari, politiche e dei servizi di sicurezza, in allarme per le novità insite nella linea politica del governo, tentò un colpo di mano militare: mise Gorbaciov agli arresti domiciliari e dichiarò di aver preso il potere, lasciando altresì esplicitamente trapelare l’intenzione di restaurare il vecchio ordine. Nel resto del mondo, i più si immaginarono che la popolazione sovietica, nota per la sua peculiare acquiescenza al soggiogamento, si sarebbe passivamente piegata come aveva sempre fatto. Anche il direttore del «Time» Lance Morrow ebbe questa impressione: «All’inizio, gli eventi successivi al colpo di stato sembravano confermare la norma: uno choc seguito immediatamente da un depresso senso di rassegnazione. Tutto chiaro: i russi stavano tornando alla loro identità più profonda, alla loro storia, come se all’aberrazione di Gorbaciov e della sua glasnost dovesse fatalmente seguire un ritorno alla normalità».
Ma non era così. Gorbaciov non aveva seguito la stessa linea degli zar o di Stalin o degli altri oppressivi presidenti postbellici, che avevano negato alle masse perfino le libertà più basilari; egli aveva invece concesso loro alcuni diritti e qualche possibilità di scelta democratica. Quando queste conquiste recentemente acquisite furono poste in serio pericolo, la popolazione si scatenò come un cane a cui avessero strappato un osso dalla bocca. Non erano trascorse che poche ore dal proclama della giunta quando migliaia di persone affluirono nelle strade, innalzando barricate, affrontando a viso aperto i soldati ed i loro carri armati e sfidando il coprifuoco. La sollevazione contro la minaccia alle conquiste della glasnost fu così immediata, così imponente, così compatta che dopo tre soli giorni di tumulti gli sbalorditi golpisti vennero a più miti consigli e si arresero, chiedendo la grazia al presidente Gorbaciov. Se fossero stati studenti di storia — o di psicologia — l’onda montante della resistenza popolare non li avrebbe sorpresi più di tanto. Entrambe le discipline avrebbero loro impartito, infatti, la stessa lezione: alla libertà, una volta che sia stata concessa, non si rinuncia senza lottare.
L’insegnamento vale non solo su scala nazionale o internazionale, ma anche nella politica domestica del governo di una famiglia. Il genitore che concede privilegi o impone regole in maniera incoerente non fa che invitare alla ribellione, istituendo involontariamente margini di libertà non voluti, che prima o poi cercherà di negare: a quel punto il figlio non si troverà semplicemente privo di un diritto che non ha mai avuto, ma si vedrà negare una sorta di diritto acquisito e la reazione sarà di gran lunga più aspra, forse incontrollabile. Alla luce di quanto sappiamo dalla storia delle rivoluzioni, non possiamo meravigliarci se gli studi sull’argomento dimostrano che un atteggiamento incoerente dei genitori in questioni di regole e disciplina produce figli ribelli.
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domenica 4 novembre 2012
La formula della Rivalità
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| Perchè le persone agiscono seguendo schemi ostili? Perchè sono state cresciute in ambienti competitivi. |
In generale, ecco come funziona. L’insegnante sta in piedi davanti alla classe e fa una domanda. Sei, dieci bambini si agitano nel banco alzando la mano, vogliosi di esser chiamati a dimostrare quanto sono bravi. Diversi altri stanno fermissimi e distolgono gli occhi, sforzandosi di diventare invisibili. Quando l’insegnante chiama a rispondere un bambino, si vedono espressioni di delusione sul volto di quelli che alzano la mano, perché hanno perso un’occasione di ricevere l’approvazione dell’insegnante, e sollievo sul viso di quegli altri che non sapevano la risposta... È un gioco ferocemente competitivo e la posta in palio è alta, perché i bambini gareggiano per ottenere l’affetto e l’approvazione di un adulto che ha grande importanza nella loro vita.
Non solo, ma questo procedimento garantisce che i bambini non imparino ad apprezzarsi e comprendersi l’un l’altro. Cercate di ricordare la vostra esperienza a scuola. Se sapevate la risposta giusta e l’insegnante interrogava qualcun altro, probabilmente speravate che sbagliasse, in modo da avere un’altra possibilità di esibire le vostre cognizioni. Se chiamava voi e rispondevate male, oppure non avevate nemmeno alzato la mano per entrare in gara, probabilmente sentivate invidia e risentimento per i compagni che sapevano la risposta giusta. I bambini che falliscono in questo sistema sviluppano risentimento e gelosia per quelli che riescono, disprezzandoli come “coccolini” dell’insegnante, o magari addirittura aggredendoli fisicamente durante la ricreazione. Gli alunni più bravi, da parte loro, spesso guardano gli altri con disprezzo, considerandoli “stupidi”.
Questo processo competitivo non incoraggia nessuno a guardare con serenità e benevolenza ai suoi compagni.
Non dobbiamo quindi meravigliarci che la pura e semplice “de-segregazione” scolastica (ottenuta con il trasporto coatto degli alunni fuori zona, ridisegnando i confini dei distretti o chiudendo certe scuole) produca tanto spesso un’esasperazione dei pregiudizi. Quando i nostri figli trovano piacevoli contatti sociali e d’amicizia nell’ambito del loro gruppo etnico e ricevono una ripetuta esposizione a gruppi etnici diversi solo nel calderone competitivo della classe scolastica, non possiamo aspettarci di meglio.
Esistono soluzioni a portata di mano, o dobbiamo rassegnarci a gettar via il bambino (l’integrazione razziale) insieme con l’acqua sporca (le accresciute rivalità ed i risentimenti interetnici)? Fortunatamente, speranze in questo senso cominciano a emergere dalla recente ricerca pedagogica sul concetto di” apprendimento cooperativo”. Dato che l’esacerbarsi dei pregiudizi dopo la segregazione deriva in gran parte dal contatto continuativo con i membri degli altri gruppi etnici percepiti come rivali, si sono sperimentate forme d’insegnamento imperniate sulla cooperazione anziché sulla competizione.
Al campeggio
Per capire come funziona un’impostazione cooperativa dell’apprendimento, è utile riesaminare l’affascinante esperienza, vecchia ormai di oltre quarant’anni, di Muzafer Sherif. Questo studioso di origine turca, incuriosito e preoccupato dal problema del conflitto fra i gruppi, decise di studiare come si sviluppa questo processo, prendendo come terreno d’indagine una colonia estiva maschile. I ragazzi non si rendevano conto di partecipare a un esperimento, ma Sherif e i suoi collaboratori manipolarono ad arte l’ambiente sociale del campeggio per osservarne gli effetti sui rapporti di gruppo.
Non ci volle molto per produrre certi tipi di malevolenza. Bastò separare i ragazzi in due baracche per ottenere una contrapposizione fra “noi e loro”; assegnando un nome ai due gruppi (le Aquile e i Serpenti) si stimolò ulteriormente la rivalità. Ben presto i ragazzi cominciarono a disprezzarsi a vicenda, ma queste forme di ostilità erano poca cosa in confronto a quello che avvenne con l’introduzione di attività competitive ogni volta che i due gruppi si incontravano: cacce al tesoro, tiro alla fune, gare atletiche, sempre a squadre contrapposte, cominciarono a produrre insulti e scontri fisici. Durante le gare, i membri delle due squadre si davano del “baro”, “truffatore”, “fetente . Più tardi, vennero gli assalti alla baracca nemica, per rubare e bruciare la bandiera e imbrattare le pareti con simboli minacciosi, mentre le risse alla mensa (che era comune) erano all’ordine del giorno.
Non ci ricorda qualcosa? Partiti politici, squadre sportive, credo religiosi, mode giovanili. Tutto questo non fa altro che dividere gli esseri umani. La rivalità, la competizione e le guerre, siano fisiche o psicologiche, sono ovunque. L'ambiente sociale attuale non fa altro che promuovere quei valori che generano queste situazioni, a discapito del progresso sociale e all'utilizzo di principi costruttivi per la collettività.
A questo punto era chiaro che la ricetta per creare disarmonia era facile e rapida: separare i partecipanti in gruppi e lasciarli fermentare nel loro brodo, poi mescolarli alla fiamma di una competizione continua. Il risultato è assicurato: odio tra i gruppi in piena ebollizione.
Non ci volle molto per produrre certi tipi di malevolenza. Bastò separare i ragazzi in due baracche per ottenere una contrapposizione fra “noi e loro”; assegnando un nome ai due gruppi (le Aquile e i Serpenti) si stimolò ulteriormente la rivalità. Ben presto i ragazzi cominciarono a disprezzarsi a vicenda, ma queste forme di ostilità erano poca cosa in confronto a quello che avvenne con l’introduzione di attività competitive ogni volta che i due gruppi si incontravano: cacce al tesoro, tiro alla fune, gare atletiche, sempre a squadre contrapposte, cominciarono a produrre insulti e scontri fisici. Durante le gare, i membri delle due squadre si davano del “baro”, “truffatore”, “fetente . Più tardi, vennero gli assalti alla baracca nemica, per rubare e bruciare la bandiera e imbrattare le pareti con simboli minacciosi, mentre le risse alla mensa (che era comune) erano all’ordine del giorno.
Non ci ricorda qualcosa? Partiti politici, squadre sportive, credo religiosi, mode giovanili. Tutto questo non fa altro che dividere gli esseri umani. La rivalità, la competizione e le guerre, siano fisiche o psicologiche, sono ovunque. L'ambiente sociale attuale non fa altro che promuovere quei valori che generano queste situazioni, a discapito del progresso sociale e all'utilizzo di principi costruttivi per la collettività.
A questo punto era chiaro che la ricetta per creare disarmonia era facile e rapida: separare i partecipanti in gruppi e lasciarli fermentare nel loro brodo, poi mescolarli alla fiamma di una competizione continua. Il risultato è assicurato: odio tra i gruppi in piena ebollizione.
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| Paura = possibilità di perdere; Ignoranza = non conoscere altre impostazioni oltre al sistema competitivo; Odio = rivalità |
Più difficile era il compito che ora i ricercatori si trovavano davanti: come eliminare l’ostilità profonda che avevano creato. Per primo tentarono il metodo dei contatti, riunendo i due gruppi più spesso, anche in attività piacevoli come film e gite, ma i risultati erano disastrosi: ai picnic si litigavano il cibo, agli spettacoli facevano a gara a chi urlava più forte, quando erano in fila insieme per la mensa si prendevano a spintoni. A questo punto Sherif e i suoi collaboratori cominciarono a temere di aver creato, come il Dr. Frankenstein, un mostro non più controllabile, ma seppero trovare una soluzione che era insieme semplice ed efficace.
Si incaricarono di costruire una serie di situazioni in cui la competizione fra i gruppi avrebbe danneggiato gli interessi di ciascuno, mentre era assolutamente necessaria la collaborazione di tutti. Una volta, durante una gita di una giornata intera, “si scopriva” che l’unico furgone disponibile per andare a far provviste in città non partiva: i ragazzi venivano tutti insieme mobilitati per spingerlo fino a metterlo in moto. Un’altra volta, c’era un’interruzione nelle condotte dell’acqua che veniva da un deposito lontano: di fronte all’emergenza, rendendosi conto della necessità di un’azione coordinata, i ragazzi si organizzarono per trovare la falla e ripararla. Oppure, un giorno gli sperimentatori informarono i ragazzi che ci sarebbe stata l’occasione di noleggiare un bel film, ma il bilancio economico della colonia non lo permetteva: i ragazzi fecero una colletta fra loro e passarono una serata particolarmente piacevole tutti insieme.
Le conseguenze, benché non istantanee, furono però notevolissime. Gli sforzi congiunti verso scopi comuni colmavano gradualmente la frattura fra i gruppi. Dopo non molto, insulti e spintoni erano andati scomparendo e i ragazzi avevano cominciato a mescolarsi ai tavoli della mensa. Non solo, ma alla richiesta di indicare i loro migliori amici, un numero significativo indicò anche membri dell’altro gruppo, mentre la prima volta gli elenchi contenevano esclusivamente compagni della stessa baracca. Qualcuno anzi esplicitamente si dichiarò lieto dell’occasione per riformulare il giudizio, perché si era accorto di avere cambiato idea rispetto ai primi giorni. Un episodio rivelatore si ebbe una sera che i ragazzi ritornavano da una gita tutti insieme sullo stesso autobus (cosa che in passato avrebbe provocato un putiferio ma che adesso era stata una loro specifica richiesta): quando l’autobus si fermò a un chiosco di bibite i ragazzi di un gruppo, accorgendosi di avere ancora cinque dollari di loro proprietà nella cassa comune, mentre gli altri li avevano finiti, decisero di offrire da bere agli ex nemici.
Le origini di questa svolta sorprendente si possono far risalire a quelle occasioni in cui i ragazzi avevano dovuto vedersi come alleati anziché come avversari. La procedura cruciale era stata quella d’imporre scopi comuni ai due gruppi: la collaborazione indispensabile per realizzarli aveva permesso infine ai membri dei due gruppi rivali una nuova percezione reciproca, contrassegnata da appoggio, amicizia, aiuto prezioso. Una volta che lo sforzo comune aveva prodotto un successo, diventava particolarmente difficile mantenere sentimenti ostili verso i compagni di squadra che avevano collaborato alla buona riuscita.
Si incaricarono di costruire una serie di situazioni in cui la competizione fra i gruppi avrebbe danneggiato gli interessi di ciascuno, mentre era assolutamente necessaria la collaborazione di tutti. Una volta, durante una gita di una giornata intera, “si scopriva” che l’unico furgone disponibile per andare a far provviste in città non partiva: i ragazzi venivano tutti insieme mobilitati per spingerlo fino a metterlo in moto. Un’altra volta, c’era un’interruzione nelle condotte dell’acqua che veniva da un deposito lontano: di fronte all’emergenza, rendendosi conto della necessità di un’azione coordinata, i ragazzi si organizzarono per trovare la falla e ripararla. Oppure, un giorno gli sperimentatori informarono i ragazzi che ci sarebbe stata l’occasione di noleggiare un bel film, ma il bilancio economico della colonia non lo permetteva: i ragazzi fecero una colletta fra loro e passarono una serata particolarmente piacevole tutti insieme.
Le conseguenze, benché non istantanee, furono però notevolissime. Gli sforzi congiunti verso scopi comuni colmavano gradualmente la frattura fra i gruppi. Dopo non molto, insulti e spintoni erano andati scomparendo e i ragazzi avevano cominciato a mescolarsi ai tavoli della mensa. Non solo, ma alla richiesta di indicare i loro migliori amici, un numero significativo indicò anche membri dell’altro gruppo, mentre la prima volta gli elenchi contenevano esclusivamente compagni della stessa baracca. Qualcuno anzi esplicitamente si dichiarò lieto dell’occasione per riformulare il giudizio, perché si era accorto di avere cambiato idea rispetto ai primi giorni. Un episodio rivelatore si ebbe una sera che i ragazzi ritornavano da una gita tutti insieme sullo stesso autobus (cosa che in passato avrebbe provocato un putiferio ma che adesso era stata una loro specifica richiesta): quando l’autobus si fermò a un chiosco di bibite i ragazzi di un gruppo, accorgendosi di avere ancora cinque dollari di loro proprietà nella cassa comune, mentre gli altri li avevano finiti, decisero di offrire da bere agli ex nemici.
Le origini di questa svolta sorprendente si possono far risalire a quelle occasioni in cui i ragazzi avevano dovuto vedersi come alleati anziché come avversari. La procedura cruciale era stata quella d’imporre scopi comuni ai due gruppi: la collaborazione indispensabile per realizzarli aveva permesso infine ai membri dei due gruppi rivali una nuova percezione reciproca, contrassegnata da appoggio, amicizia, aiuto prezioso. Una volta che lo sforzo comune aveva prodotto un successo, diventava particolarmente difficile mantenere sentimenti ostili verso i compagni di squadra che avevano collaborato alla buona riuscita.
In sostanza, il metodo consiste nel far collaborare gli alunni nell’acquisizione di nozioni o competenze in vista di un test di profitto programmato per una certa data: si formano dei gruppi di lavoro, dando a ciascuno dei membri solo una parte dei dati — una tessera del mosaico — necessari per superare la prova. Con questo sistema gli alunni devono a turno istruire e assistere i compagni di squadra e ognuno, per riuscire, ha bisogno di ogni altro. Come i campeggiatori di Sherif, invece che rivali devono diventare alleati.
Applicata in classi dove l’integrazione razziale era intervenuta di fresco, la metodologia del mosaico ha dato risultati impressionanti. Ricerche controllate dimostrano che, in confronto alle altre classi della stessa scuola dov’è in vigore il tradizionale metodo competitivo, l’apprendimento a mosaico stimola un clima di maggiore amicizia e di minor pregiudizio razziale. Ci sono anche altri vantaggi: oltre alla fondamentale riduzione dell’ostilità, nei gruppi di minoranza migliorano l’autostima, l’interesse per la scuola e i punteggi nei test di profitto. Ma anche per i bianchi ci sono dei vantaggi sul piano dell’autostima e dell’atteggiamento verso la scuola, mentre il rendimento si mantiene almeno pari a quello dei coetanei bianchi nelle classi tradizionali.
Progressi come questi esigono una spiegazione. Che cosa succede esattamente in una classe organizzata secondo questo modello, che spieghi risultati che ormai si disperava di poter ottenere nella scuola pubblica. La storia di un caso presentato da Aronson ci aiuta a capire meglio. Descrive l’esperienza di Carlos, un bambino di origine messicana, inserito per la prima volta in un gruppo di lavoro: il suo compito nel gruppo era imparare e insegnare ai compagni la parte centrale della biografia di Joseph Pulitzer, che sarebbe stata oggetto fra breve di un test di profitto per tutto il gruppo di lavoro. Racconta Aronson:
Carlos non parlava bene l’inglese, che non era la sua lingua materna, ed essendo stato preso in giro spesso in passato per il suo modo di parlare, aveva imparato nel corso degli anni a stare zitto in classe. Si potrebbe dire che Carlos e la maestra avessero istituito una congiura del silenzio: lui si nascondeva nell’anonimato, in mezzo alle attività che fervevano in classe, e si evitava l’imbarazzo di incespicare nelle risposte; lei da parte sua non lo interrogava. Probabilmente lo faceva con le migliori intenzioni, per non umiliarlo o vederlo sbeffeggiare dai compagni, ma ignorandolo l’insegnante l’aveva in sostanza cancellato, lasciando intendere che non valeva la pena di occuparsi di lui. O almeno, questo era il messaggio che ne ricevevano gli altri alunni: «se l’insegnante non lo interroga mai, dev’essere perché Carlos è stupido» (e probabilmente anche lui era arrivato alla stessa conclusione). Naturalmente, Carlos si trovò molto a disagio col nuovo sistema, che lo obbligava a parlare con i compagni del gruppo. Aveva una gran difficoltà a comunicare la sua parte della ricerca, mentre i compagni non l’aiutavano affatto e reagivano tutti secondo la vecchia abitudine radicata di prendere in giro chi inciampa nelle risposte, specialmente se ha la fama di essere poco intelligente: «Ah, non lo sai», l’accusava Mary. «Sei scemo, non capisci nulla. Non sai quello che fai». Una di noi, incaricata di osservare il processo di gruppo, interveniva con qualche suggerimento quando sentiva discorsi come questo: «Va bene, puoi prendertela con lui se vuoi, e magari ti ci diverti, ma non ti servirà ad imparare questo pezzo della vita di Pulitzer. Il test è fra un’ora circa». Si noti come queste parole cambiassero le contingenze di rinforzo: a questo punto era chiaro come Mary non avesse nulla da guadagnare disprezzando Carlos, ma solo da perdere. Dopo qualche giorno e varie esperienze di questo tipo, cominciò a baluginare in questi bambini l’idea che l’unica possibilità di imparare il pezzo di ricerca di Carlos era prestare attenzione a quello che Carlos aveva da dire. Capito questo, cominciarono a trasformarsi in intervistatori piuttosto abili: invece di prendere in giro Carlos o ignorarlo, impararono a tirarlo fuori dal suo guscio, a fargli le domande che gli rendevano più facile spiegare a voce quello che aveva in testa. Carlos, da parte sua, era più rilassato e questo lo aiutava a comunicare meglio. Dopo un paio di settimane, i compagni erano arrivati alla conclusione che non era affatto stupido come pensavano. Vedevano in lui certe cose che non avrebbero mai sospettato: cominciavano a trovarlo simpatico, e Carlos cominciava a star meglio a scuola e a considerare i suoi compagni di lingua inglese non degli aguzzini ma degli amici.Quando ci troviamo davanti a risultati positivi come quelli dei gruppi-mosaico, c’è la tendenza a un eccessivo entusiasmo per una singola, facile soluzione a un problema ostico. L’esperienza dovrebbe insegnarci che questi problemi raramente si risolvono con un rimedio semplice: ciò vale indubbiamente in questo caso come negli altri. Anche restando nell’ambito delle procedure di apprendimento cooperativo, i problemi sono complessi. Prima di poterci dire totalmente soddisfatti di questo come di altri analoghi modelli per l’apprendimento e la socializzazione, abbiamo bisogno di molto altro lavoro di ricerca, che ci dica quanto spesso, in che dosi, a che livelli d’età e in che tipi di gruppo le strategie cooperative possono funzionare. C’è anche bisogno di sapere qual è il modo migliore per gli insegnanti di istituire metodi nuovi, purché siano disposti a farlo. Dopo tutto, le tecniche di apprendimento cooperativo si discostano radicalmente dalla pratica tradizionale corrente e possono essere accolte negativamente dall’insegnante, poiché ridimensionano l’importanza che questi assume nella classe, delegando gran parte del lavoro didattico agli allievi. Infine, dobbiamo renderci conto che anche la competizione ha un suo ruolo e può essere preziosa per motivare condotte desiderabili e per sviluppare il concetto di sé (l'autore del libro non giustifica né questa affermazione né la successiva). Si tratta quindi non di eliminare la competizione nella scuola, ma di rompere il suo monopolio, introducendo regolarmente nella vita di classe attività cooperative che portino a un successo di gruppo, coinvolgendo alunni di tutti i gruppi etnici.
Se non si elimina la competizione a scuola, non si elimina nemmeno la rivalità. La competizione crea vincitori e vinti, il che genera comportamenti aggressivi. Vogliamo educare i nostri figli a ciò?
Che cosa si ricava da questa digressione sugli effetti della “de-segregazione” scolastica sui rapporti razziali? Se ne ricavano due punti. In primo luogo, se è vero che la familiarità prodotta da contatti frequenti produce generalmente simpatia, si ottiene il risultato opposto se il contatto porta con sé esperienze sgradevoli: per questo, ponendo bambini di gruppi etnici diversi in situazioni di dura competizione come sono quelle proprie della scuola americana tradizionale, non si può che assistere ad un esacerbarsi delle ostilità. In secondo luogo, la dimostrazione che l’apprendimento di gruppo è un antidoto a questo problema può farci capire l’importanza che ha la cooperazione ai fini della simpatia e di un positivo legame fra le persone.
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